di Barbara BAudissard
Nelle organizzazioni occorre oggi rifondare una nuova nomenclatura: in particolare per il mondo HR (Human Resources). Passare dalla logica del controllo e della valutazione a quella del DONO: la creazione di spazi all’interno dei quali i gruppi di professionisti abbiano voglia di performare. Un ruolo quello di HR centrale per il cambiamento, ma che in questo momento soffre le pastoie di una burocratizzazione delle attività che lo hanno allontanato dalla sua vera Mission.
Abbiamo fatto una sperimentazione.
Nel mio viaggio in Polinesia ho avuto modo di studiare le popolazioni primitive di quelle zone con la curiosità che contraddistingue un antropologo mancato. Nel sistema melanesiano[1] in particolare per essere un uomo prestigioso bisogna “avere”, certo, come dappertutto, ma il prestigio sta nel donare, donare molto e donare ovunque. Donare é importante, ma perché? Per costruire relazioni. E se fosse proprio il dono lo strumento attraverso il quale gli uomini creano le loro società? Ciò che apre la strada al dono é la volontà degli uomini di creare rapporti sociali, perché l’uomo non si accontenta di vivere nella società e di ripordurla come gli altri animali sociali, ma deve produrre la società per vivere.
Ed ecco che da queste considerazioni parte la nostra sperimentazione. Due giorni di campeggio con due differenti cluster di professionisti che hanno la necessità di lavorare sul concetto di integrazione. Un tema delicato che ha bisogno di essere accolto e di atterrare in un Field Sicuro[2]. Non c’é il tempo perché siano gli stessi protagonisti a generarlo: da qui l’idea che sia un gruppo di HR accanto ad alcuni Manager ad occuparsene.
Idea già utilizzata in altre esperienze, ma che qui assume un valore simbolico importante perché si inscrive all’interno di un ripensamento del ruolo di HR epocale: HR come costruttore di spazi sicuri. Come sviluppatore dell’idea che solo all’interno di campi sicuri le persone possano performare e dare il meglio di sé facendo emergere i propri talenti.
Alcune call per pensare e progettare il campo e poi una giornata intera per poterlo realizzare. La sfida: occuparsi anche dei dettagli, far sentire le persone accolte, far sentire che qualcuno si era occupato di loro.
Una giornata intensa, protesa verso l’altro, senza aspettarsi nulla: un dono che diventa unidirezionale e che non attende un riconoscimento esplicito. Un gruppo di persone che per cultura e sensibilità si occupa di un altro gruppo di persone.
Ma la cosa straordinaria é che poi queste persone ritornano a casa e non sono presenti all’arrivo dei partecipanti: un valore simbolico ancora più importante. In una società dove il protagonismo detta le regole del gioco e l’individualismo ci fa credere che si possa avere fortuna nel lavoro solo con le proprie forze, ci troviamo qui di fronte ad un donare libero da aspettative di ritorno di visibilità.
Perché uno spazio sicuro é composto da più elementi: non viene percepito come tale dalle persone solo per essersi occupati delle regole vigenti, ma piuttosto perché ci si é chiesti cosa avrebbe determinato nei partecipanti il sentimento di sicurezza. Ed ecco che nasce l’abbraccio iniziale di benvenuto con i nomi scritti a mano su pezzi di legno raccolti durante le vacanze al mare e donati al progetto, pezzi di legno usati come chiavi immaginarie di tende montate seguendo uno schema di accoglienza e conforto.
Una cassetta di prodotti utili che qualcuno potrebbe aver dimenticato da condividere. Un villaggio che porta con sé l’idea dell’Agorà all’interno della quale far accadere cose, arricchita da luci e tavole unite. Una quarantina di tende posizionate in modo che ognuno possa avere la propria privacy, ma al tempo stesso vicine alle tende principali degli osservatori e dei moderatori erette come punti di riferimento non solo visivi, ma anche emotivi.
Otto ore di lavoro continuo, dove la fatica ha lasciato spazio alla cura e alla consapevolezza che si stava creando qualcosa di speciale.
Le foto, ricordo che rende indimenticabile la giornata, trasmettono volti sereni e concentrati. E i sorrisi dei momenti di pausa fanno comprendere come donare sia prima di tutto un atto che fa star bene chi lo compie.
[1] Marcel Mauss, “Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche”. Piccola Biblioteca Einaudi, 2002
[2] Niki Elliott, “Heart Centered Connections”. 2026
E quindi… immaginiamoci un mondo organizzativo in cui HR ha questo ruolo, quello di donare. E con questo spirito si occupi di recruitment, di valutazione, di sviluppo. Un ruolo che diventa elargitore di doni. Cambiano gli obiettivi espliciti e impliciti di ruolo; cambia l’ergonomia degli spazi di ruolo che diventano diffusi, insieme all’azienda, le scrivanie si spostano, entrano nell’organizzazione. Perché per donare é importante conoscere ciò che va donato e a chi. Nel meccanismo del dono un passo importantissimo sta nel donare ciò di cui l’altro ha bisogno e non donare per il gusto di farlo. Come posso sapere ciò di cui l’altro ha bisogno se non entro nel tessuto operativo dell’organizzazione?
Un primo esperimento.
Un primo momento di dono.
Una nuova nomenclatura: il donare.
Un piccolo passo. Necessario.
Barbara


